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Modificare il genoma con l'Arte

 
Ci siamo già soffermati nel post "L'arte, l'anello mancante" sul carattere evolutivo che, dal nostro osservatorio, ha avuto l'arte, non solo nello sviluppo della civiltà umana, come è scontato pensare, ma -anzitutto- nello sviluppo della stessa specie umana.

Da tempo, nelle mie incursioni nella Facoltà di Medicina e Chirurgia di Milano, dove ho l'onore di tenere alcune lezioni, appunto, sull'arte e la cura, mi diverto a provocare gli astanti con una storiella che evoca questa mirabolante esplosione dell'umanità.

Ecco la storia...

“C’era una volta…”, ma -in questo caso- proprio una volta... almeno quaranta, quarantacinquemila anni fa, una piccola comunità di uomini e di donne che, come in uso nei costumi dell’epoca, viveva in una caverna.

Ogni giorno si alzavano e compivano quelle tre/quattro operazioni che facevano della loro vita… la loro vita: cacciare, raccogliere erbe, bacche, frutti, mangiare, riprodursi e tornare a dormire... così, senza sosta, aspettando, non diversamente da noi, la fine.

Un bel giorno, però, come in tutte le favole, accadde una cosa straordinaria.

Una mattina, mentre tutta la comunità si preparava per uscire a procurarsi il cibo, due di loro si fermarono.
“Che c’è,” gli chiesero, “non vi sentite bene?”.
"No,” risposero quelli, “stiamo benissimo. È che preferiremmo star qui a disegnare.".
"A disegnare?” li guardarono allibiti. “E che significa?".

…Be' forse le cose non andarono proprio così, forse non parlarono nemmeno, probabilmente i più pensarono che fossero malati -dei pazzi, avrebbero detto qualche millennio più tardi. Sta di fatto che quei due si fermarono e, la sera, quando il gruppo rincasò, anzi… rincavernò, si trovò di fronte a qualcosa di miracoloso: le pareti della caverna completamente istoriate.

Dopo un primo momento di imbarazzo proruppe la meraviglia e tutti cominciarono a correre da una parte all'altra della grotta, riconoscendo le cose che erano del mondo e che, ora, per una autentica magia, si trovavano lì, su quelle rocce.

“Guarda,” diceva uno, “quello sono io mentre caccio.”.
“E quella,” diceva un'altra, “quella sono io mentre raccolgo le bacche.”.
Insomma, capirono che quei due non erano proprio pazzi ma, anzi, che avevano un che di speciale e, se non proprio loro, certo quelle strane cose che facevano sulla roccia e che chiamavano disegni.

Così, da quel giorno, cominciarono a tenerli in una certa considerazione.
Gli chiedevano consiglio quando qualcosa li turbava, quando dovevano prendere certe importanti decisioni; si recavano da loro quando stavano male e, questi, una volta facendo un disegno, una volta compiendo una danza, riuscivano, non sempre certo, ma spesso, anche a guarirli e, sicuramente, sicuramente li curavano, nel senso che si prendevano cura di loro.

Andarono avanti così per anni; poi, e siamo al lieto fine, uno dei due artisti, a questo punto possiamo chiamarli così, una mattina alzandosi disse: "Senti… sai cosa ti dico… io mi sono rotto di disegnare, mi sa che vado a fare il medico.".
"Il medico?" chiese l'altro stupito. "E cos'è il medico?".

Fine della novella.

Al di là di ogni divertita provocazione, la nostra straordinaria capacità di creare simboli non solo è al'origine dell'umanità, ma anche foriera della sua continua e progressiva, inarrestabile (nel bene e nel male) evoluzione.

Carl Sagan con il concetto di conoscenza extrasomatica (ne scrivevamo qualche post fa), ci dice che se prendessimo un neonato da quella caverna primitiva e lo trasportassimo nella nostra moderna civiltà, crescerebbe arguto e intelligente come tanti nostri ragazzini, poiché da allora il nostro codice genetico è rimasto praticamente immutato, ciò che invece è cambiato enormemente è la ricchezza di simboli che abbiamo a disposizione per nutrire il nostro cervello.

E' attraverso i simboli che il nostro cervello ha acquistato e acquista la capacità di eseguire operazioni altrimenti impossibili mentre, allo stesso tempo, i simboli hanno modificato e modificano il nostro cervello più potentemente e più radicalmente dei geni. I simboli, perciò, non sono mere associazioni arbitrarie, ma veri e propri agenti in grado di plasmare attivamente il nostro cervello e di intervenire sul nostro benessere.

Richard Dawkins, ha dato a questi agenti il nome di «meme», una sorta di «gene della mente».

Se il gene è la molecola replicante che prevale negli organismi biologici, il «meme» è l'unità base della trasmissione culturale che può essere trasmesso da individuo a individuo anch'esso subendo variazioni evolutive, ma con una velocità infinitamente superiore. Inoltre, mentre sui geni non possiamo intervenire, se non con sofisticate e ai più inaccessibili tecnologie, la creazione e la trasmissione di nuovi «meme» non è preclusa a nessuno.

E cos'è l'arte se non la capacità di produrre quantità infinite di «meme» manipolando il nostro «memoma»?.

Il nostro intervento terapeutico volge proprio in questa direzione: stimolando la creazione e la produzione di nuovi «meme», simboli atti a plasmare e modificare il nostro malessere trasformandolo in benessere.

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